Women in plastics

Workout Magazine - Studio Chiesa communication

Women in plastics

Workout magazine incontra Miriam Olivi, Presidente dell’associazione Women in Plastics Italy

Donne nella plastica, anzi «nelle materie plastiche» per essere precisi, perché il termine – generico – raccoglie sotto di sé parecchi tipi diversi di polimeri che differiscono moltissimo per proprietà e caratteristiche pur essendo oggi tutti accumunati – e ne parleremo – da un diffuso stigma sociale.
Bene, di queste donne ve ne vorrei innanzitutto presentare una. Si chiamava Brownie Wise ed era nata nel 1913 in Georgia da una famiglia modesta – padre idraulico e madre cappellaia – che si sfasciò presto. Il padre scomparve perciò dalla vita di Brownie quando lei era ancora una bambina, ma anche la madre fu una grande assente perché, lavorando per il sindacato della categoria, era perennemente itinerante da uno Stato all’altro. Brownie crescerà sotto l’ala protettrice di una zia sarta, frequentando la scuola con poco interesse – verrà un po’ impietosamente descritta come più attenta alla moda e ai primi flirt che non alle materie di studio – ma buon profitto a conferma di un’intelligenza pronta e intuitiva che sarà testimoniata anche dalle sue esperienze successive. Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio del decennio successivo la troviamo infatti tra le firme del Detroit News: ha uno pseudonimo, Hibiscus, e una verve narrativa che le fa costruire storie affascinanti in cui dettagli della sua vita reale si mischiano liberamente all’invenzione creata dai suoi desideri. Nel frattempo si è anche sposata: matrimonio infelice proprio come quello dei suoi genitori, il marito si rivela un alcolizzato violento e lei lo lascia dopo una manciata di anni tormentati. Alla fine della guerra Brownie ha trovato una nuova strada professionale: venditrice presso la Stanley Home Products. È qui che inaugura la strategia di vendita che la renderà famosa: i party. Il sistema è geniale: organizzare in case private dei momenti conviviali con le amiche dell’ospite, nel corso dei quali una rivenditrice della Stanley, in qualità di guest of honor, presenta alcuni articoli e li propone per l’acquisto alle partecipanti. Il successo ottenuto (si favoleggia che riuscisse a vendere due camion di prodotti alla settimana) le fa pensare di poter aspirare a un ruolo dirigenziale all’interno dell’azienda, ma la risposta alla sua richiesta è una doccia fredda: il management non è un affare da donne ed è meglio che lei non sprechi tempo a coltivare simili ambizioni. Per Brownie quelle parole sono brucianti: decide di licenziarsi ed è a questo punto che la sua strada si incrocia con quella di Earl Tupper.

Chimico di estrazione, Tupper aveva scoperto come purificare la scoria di polietilene nero trasformandola in una sostanza flessibile, resistente, non porosa e di aspetto opalino: il Poly-T. Con essa Tupper aveva realizzato una ciotola infrangibile e leggera, dotata di uno speciale coperchio che le consentiva di essere chiusa ermeticamente e perciò adatta sia agli utilizzi domestici che al trasporto degli alimenti fuori casa, la Wonder Bowl. Messa in vendita nei grandi magazzini, avrebbe tutti i crismi per essere un successo e invece è un flop: la gente non è abituata alla plastica come materiale per i casalinghi – i contenitori del tempo sono in vetro o in ceramica – e il coperchio non ha un utilizzo intuitivo. Chi invece ne capisce le potenzialità è Brownie Wise che si offre di cambiarne radicalmente le modalità di vendita impostandole sul modello party che tanto aveva performato con la Stanley. Tupper ne è semplicemente conquistato e le offre di dirigere il nuovo settore della sua impresa, la Tupperware. Ha visto giusto, in breve è il trionfo: nel 1954 le persone coinvolte nella rete di vendita e distribuzione raggiungono il numero stratosferico di 20.000 e il fatturato dell’azienda è balzato a 25 milioni di dollari che, traslati ai nostri tempi, equivarrebbero a circa 230 milioni, con una gamma di prodotti che nel frattempo, con il nome di Millionaire Line, si è ampliata e differenziata fino a comprendere oggetti come gli stampi per i ghiaccioli e i vassoi con i divisori interni che diventeranno emblematici del nuovo lifestyle imperante negli States del Dopoguerra.

Pezzi in materiale plastico stampati.
Pezzi in materiale plastico stampati.

Se vi ho intrattenuto così a lungo su questa storia – ne rimando la fine al termine dell’articolo – è perché ruota attorno a una parola che per l’imprenditoria dovrebbe essere magica: comunicazione. Brownie Wise aveva capito che se la Wonder Bowl non aveva «sfondato» era semplicemente perché la gente non ne conosceva le caratteristiche, non era in grado di riconoscerne l’utilità e doveva essere condotta per mano, si potrebbe dire, a scoprirne le qualità che la rendevano così indispensabile in una casa «moderna». La conoscenza sarebbe stata la via per il successo e la comunicazione lo strumento per percorrerla. Ecco perché la Wise aveva un’attenzione maniacale per la formazione delle rivenditrici obbligandole, tra le altre cose, a frequentare corsi di public speaking e dando loro suggerimenti perfino sulla postura e l’espressione da tenere durante le presentazioni.

Anche oggi la plastica avrebbe bisogno di una comunicazione corretta. Apparentemente ce ne è in abbondanza, ma non di rado è superficiale e polarizzata tra chi la difende a spada tratta e chi invece la vede come un prodotto satanico, mentre i consumatori avrebbero il diritto di conoscerne i pro e i contro in modo preciso, trasparente e onesto. Proprio a questo pensavo andando a incontrare Miriam Olivi, presidente della neonata Associazione Women in Plastics Italy e Sales Director di Frigosystem, azienda di Caronno Pertusella specializzata nella produzione e commercializzazione di prodotti per la refrigerazione industriale.

Il consiglio direttivo di Women in Plastics Italy.

«Women in Plastics Italy – racconta Miriam Olivi – è un’associazione senza scopo di lucro costituita nell’ottobre 2024, ma che informalmente esiste più o meno da un anno prima della data ufficiale di fondazione. Lo spunto è venuto da una serie di interviste, raccolte da una rivista tecnica, a donne del settore della plastica. Tra le intervistate c’ero anch’io, delle altre qualcuna la conoscevo, altri nomi invece mi erano nuovi. Comunque da lì abbiamo cominciato a farci delle domande, a riflettere su di noi, a dirci che forse non eravamo così poche, disperse e sole, che c’era un terreno sul quale provare a seminare, se non altro conoscenza reciproca».
Il primo passo è stato organizzare un pranzo in occasione di PLAST 2023, la grande manifestazione fieristica dedicata all’industria della plastica e della gomma che si tiene ogni tre anni a Milano: «Siamo partite da quel primo gruppo di intervistate. Cosa ci proponevamo? Diciamo che l’intenzione era essenzialmente quella di conoscersi meglio e confrontarsi ma probabilmente spingevano dentro di noi anche il desiderio, diciamo, di un conforto oltre che di un confronto, il bisogno di solidarietà, la voglia di aprirsi raccontando le proprie esperienze, a volte vissute con fatica, e il sollievo nel riconoscere quanti parallelismi esistevano con la vita professionale delle altre. Da quel momento è totalmente cambiato il nostro modo di percepire la presenza femminile nel nostro settore, dopo quel pranzo sono certa che ciascuna di noi, girando per la fiera, avrà gettato un occhio nei vari stand per vedere se ci fosse qualche donna e si sarà chiesta se le sarebbe piaciuto unirsi a noi».

Sistema di taglio immerso – Underwater Lab.
Sistema di taglio immerso – Underwater Lab.

È un lento avvicinamento, uno studiarsi con curiosità ed empatia. L’appuntamento successivo è in un hotel milanese: la voglia è di continuare nel percorso di conoscenza reciproca, ma non solo. Perché adesso c’è la sensazione che si stia formando una vera community ed è importante «scoprire le proprie carte», interrogarsi sulle reciproche aspettative, sugli obiettivi che ci si vuole dare, «anche se ci siamo subito confermate l’esigenza del continuare a stare insieme» ricorda Miriam. «Insieme a quella certezza però è emersa la concretezza che ci caratterizza e che ci ha portato a immaginare una serie di attività future». Quali? «Beh, innanzitutto la ricerca di occasioni di incontro durante le fiere di settore, della serie: “la prossima settimana sarò a Dubai, c’è qualcuna di voi per un caffè e una chiacchiera?”, e così siamo riuscite a ritrovarci in tutte le parti del mondo, da Shangai a Orlando. E poi l’organizzazione di momenti di formazione, sul public speaking piuttosto che sull’empowerment femminile per far emergere il nostro talento, il nostro valore. Da lì è venuta anche l’idea di speech tematici per aumentare la nostra conoscenza su determinati temi. È chiaro che a poco a poco, man mano che aumentava la nostra rete relazionale, man mano che cercavamo di aggregare nuove persone attorno al nostro progetto e queste persone ci ponevano domande precise, si è imposta la necessità di costituire qualcosa di più ufficiale e coordinato, indispensabile soprattutto perché volevamo, e vogliamo, interagire anche con aziende, altre associazioni e in un prossimo futuro con le istituzioni. Bisognava sacrificare la spontaneità del fare gruppo, la leggerezza e la libertà che ci caratterizzavano all’inizio per approdare a qualcosa di più istituzionalizzato se la nostra intenzione è di incidere in profondità nel nostro settore».

Impianto di refrigerazione per processi di trasformazione delle materie plastiche.
Impianto di refrigerazione per processi di trasformazione delle materie plastiche.

Oggi le socie sono ormai più di un centinaio, un risultato incredibile che secondo Miriam Olivi si spiega con il fatto che gli scenari che caratterizzano i «dietro le quinte» di tante aziende della plastica spesso non vedono il riconoscimento del talento delle donne che vi lavorano, la loro valorizzazione, «non fanno emergere le loro caratteristiche, il loro “colore”. Perciò quando abbiamo cominciato a promuovere la nostra iniziativa, il messaggio è stato subito recepito e il nostro metterci a disposizione per raccontare che cosa vorremmo fare nel nostro comparto ha attirato attenzione, entusiasmo e anche emozione. Non ultima, la voglia di fare». Nell’associazione può entrare qualunque donna lavori nel campo delle materie plastiche, indipendentemente dal ruolo ricoperto, ma poi ci sono i soci sostenitori, cioè essenzialmente le aziende che hanno al loro interno una o due socie ordinarie «e che vogliamo trascinare in questo percorso affinché apporti beneficio ai contesti in cui operiamo quotidianamente», i soci cosiddetti aggregati, uomini o donne che siano, indipendentemente dal loro ambito professionale, perché «se vogliamo essere promotrici di inclusività dobbiamo essere noi stesse un esempio», e infine i soci onorari che per la loro rilevanza, esperienza e competenza possano sostenere l’associazione e diffonderne il messaggio.

Linea di estrusione.
Linea di estrusione.

Alla domanda se davvero essere donna nel mondo della plastica rappresenti qualcosa di particolare e diverso, talvolta anche in senso negativo e quindi discriminante, Miriam risponde onestamente che la sua esperienza personale è stata diversa, che il suo percorso deve molto a figure maschili che l’hanno affiancata dandole opportunità di crescita, ma che ciò non esclude che «il settore sia molto maschilista, se devo riportare l’impressione di molte consocie. Mentre sono convinta che dare spazio al talento femminile gli apporterebbe tanti benefici, gli stessi che vengono riscontrati in altri campi produttivi. Per esempio ci sono studi, più stranieri a dire la verità, che sottolineano come la presenza delle donne nei CdA dia un vantaggio competitivo migliorando le prestazioni economiche delle aziende, esponendole a meno rischi, rendendole più solide finanziariamente e, last but not least, alzando il livello della loro reputation». Anche nell’organizzazione del lavoro la visione femminile ha una «marcia in più»: Miriam racconta di come in Frigosystem, per il reparto di produzione di quadri elettrici, che tra l’altro implica un lavoro non scevro da sforzi fisici, sia stata scelta una candidata donna, che «in sei mesi ha riorganizzato il reparto con una metodicità e un’accuratezza che hanno rappresentato un plus».

L’agenda 2025 dell’Associazione è già fitta di appuntamenti, che rispondono ai tre scopi che le Women in Plastics perseguono: valorizzare il ruolo delle donne nel contesto lavorativo e sociale promuovendo i principi delle pari opportunità, diventare soggetti attivi di un’informazione trasparente sul tema della plastica e fare rete per diffondere i valori che le guidano. Soprattutto l’informazione ha un’importanza cruciale. Dopo decenni nei quali la plastica è stata celebrata, esaltata e portata nei settori merceologici più vari, oggi viene guardata con sospetto e avversione, anche in modo poco razionale: «Sì perché – dice Miriam – in tantissimi ambiti la plastica, che ci piaccia o meno, è insostituibile. Pensiamo per esempio al campo medicale e ricordiamoci la recente pandemia durante la quale l’uso dalla plastica, dalle mascherine ai divisori di protezione, ha fatto la differenza. Oppure il settore alimentare, nel quale la plastica consente di conservare un prodotto, di mantenere inalterate le sue caratteristiche e, non ultimo, di trasportarlo. Senza dimenticare che i materiali plastici dominano, né può essere diversamente, anche nell’elettronica, nell’automotive, nell’edilizia. La plastica è assolutamente indispensabile e la comunicazione deve invitare a utilizzarla, sia pure in modo responsabile».

Impianto di trattamento del PET riciclato.
Impianto di trattamento del PET riciclato.

Quindi la domanda chiave è: si deve cercare di sostituire la plastica con altri materiali, ovviamente altrettanto performanti, in nome della sostenibilità? E qui bisognerebbe approfondire il discorso, nonostante le difficoltà che questo comporta, su come trasformare questa parola, sostenibilità, in un dato oggettivo. Perché ciascuno di noi, in assoluta buona fede, è convinto che materiali come il vetro o la carta siano più sostenibili, più green della plastica, ma ci si potrebbe stupire se si andasse a confrontare l’LCA di un oggetto in plastica con un analogo considerato più «ecologico». Cerco di spiegarmi meglio: LCA è l’acronimo di Life-Cycle Assessment ed è una metodologia che permette di quantificare gli impatti sull’ambiente di un prodotto (o anche di un servizio) considerando il suo intero ciclo di vita, dall’acquisizione delle materie prime che lo costituiscono alla sua produzione, alla distribuzione (includendo quindi anche il packaging) e al suo utilizzo fino alla dismissione finale. Il risultato è un valore, anzi una serie di valori che indicano gli impatti che le diverse fasi di vita dell’oggetto generano nei vari comparti ambientali (sono tanti, per citare alcuni esempi: il consumo del suolo e l’impoverimento delle risorse minerali, fossili o idriche oppure il global warming potential a causa delle emissioni di CO2 o ancora la tossicità per gli esseri umani). È un procedimento molto complesso, non immune da inevitabili semplificazioni – e quindi anche i dati che ne derivano sono talvolta oggetto di discussione tra gli addetti ai lavori –, ma certamente è un punto di partenza serio sul quale riflettere prima di emettere un giudizio su che cosa sia sostenibile e che cosa no.

Additivi per compound.
Additivi per compound.

Già nel 2018 uno studio (Life Cicle Assessment of grocery carrier bags, in Environmental Project no.1985, February 2018) della Danish Environmental Protection Agency (emanazione del Ministry of Environmental and Gender Equality of Denmark) aveva fatto molto scalpore. La ricerca aveva l’obiettivo di individuare quale tipo di borsa da supermercato offrisse le migliori prestazioni ambientali: erano state considerate tutte quelle che normalmente si trovavano nei punti vendita danesi, cioè borse in LDPE (in quattro tipologie: semplici, con manici sia morbidi che rigidi e in LDPE riciclato), due tipi di borse in PP (in tessuto e in tessuto-non tessuto), una borsa in PET riciclato, una in poliestere, una in bioplastica, due in carta (sbiancata e non sbiancata), due in cotone (organico e convenzionale) e infine una «mista» (cioè in cotone, iuta e PP). L’analisi dei loro LCA aveva mostrato che le borse in LDPE, soprattutto a manici rigidi, erano quelle che presentavano i minori valori di impatto nella maggior parte delle categorie ambientali; immediatamente alle loro spalle in graduatoria, ma per un numero inferiore di indicatori, si collocavano le borse in carta non sbiancata e in bioplastica, mentre tutte le altre mostravano impatti peggiori. Inoltre i dati relativi al numero di volte in cui una tipologia di borsa avrebbe dovuto essere usata per fornire complessivamente la stessa performance ambientale di una borsa «semplice» in LDPE riusata invece come sacco per i rifiuti prima dell’incenerimento come fine vita, indicava, per esempio, 45 volte per una borsa in bioplastica fino a raggiungere la cifra impressionante di 20.000 volte per il cotone organico. La ricerca era molto più dettagliata – e anche più complicata – di così, ma già questi pochi dati sono sufficienti a far capire come talvolta le nostre scelte siano più frutto di suggestioni che non di analisi ponderate dei fatti.

Fascetta da rimacinato interno.
Fascetta da rimacinato interno.

Risultati analoghi si ritrovano in un articolo (Dolci, Puricelli et al., How does plastic compare with alternative materials in the packaging sector? A systematic review of LCA studies), pubblicato nel 2024 su WM&R, «voce editoriale» di ISWA (International Solid Waste Association) che a sua volta è un network internazionale di professionisti ed esperti la cui mission è: «Promuovere e sviluppare, a livello worldwide, una gestione sostenibile e professionale dei rifiuti e la transizione a un’economia circolare». Nell’articolo vengono analizzati 53 studi peer-reviewed – pubblicati tra il 2019 e il 2023 – che mettono a confronto gli LCA di un packaging in plastica con un altro in materiale diverso. Anche in questo caso la conclusione spiazzante è che la plastica non è l’opzione più impattante dal punto di vista dell’ambiente. Le bioplastiche potrebbero performare meglio dal punto di vista del cambiamento climatico e dell’esaurimento delle risorse fossili rispetto alle plastiche convenzionali, ma non in tutti gli studi la cosa risulta così evidente e soprattutto per tutti gli altri indicatori di rado mostrano risultati migliori. Il vetro, generalmente considerato «gran virtuoso», ha una performance di sostenibilità non superiore a quella della plastica a causa del suo peso e questo anche ipotizzando un suo riutilizzo per diminuire l’impatto ambientale; i metalli, soprattutto l’alluminio, rispetto alla plastica sono più o meno alla pari se parliamo di contenitori per bevande, mentre per il packaging di alimenti solidi la scelta della plastica è più green.

Installazione RAS e SPA.
Installazione RAS e SPA.

Perché quindi a tutti noi sembra il contrario? Banalmente per la grande quantità e quindi visibilità dei rifiuti in plastica che sono ovunque, sulla terraferma come negli oceani. E riguardo a questo punto bisogna, sottolinea Miriam: «focalizzarsi sulle tre R, cioè ridurre, riutilizzare e riciclare. Il che significa che non solo i produttori di materiali in plastica, ma tutti noi siamo chiamati a cambiare i nostri comportamenti». Riguardo alle prime due azioni non c’è dubbio che dovremmo imparare a produrre meno rifiuti facendo già a monte delle scelte consapevoli. In buona sostanza c’è da chiamare in causa il nostro modello di consumo basato troppo sul concetto «usa e getta», mentre a molti oggetti, e non solo a quelli in plastica, è possibile dare una seconda vita con un minimo di buona volontà.
Riguardo al riciclo il discorso è diverso perché coinvolge anche altri soggetti, soprattutto a livello industriale, e poi perché «riciclare non è così facile».

Cominciamo col dire che l’Italia non si colloca male nel mondo sul tema del riciclo in termini generali: il report del Global Recycling del 2024 ci pone al 14° posto (in Europa il paese più virtuoso è l’Austria). Anche sul fronte della plastica i dati sono positivi: in occasione della giornata mondiale del riciclo – il 18 marzo – CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi) ha annunciato che nel 2025 verranno riciclati circa il 51% degli imballaggi in plastica tradizionale e il 58,5% di quelli in bioplastica, raggiungendo perciò pienamente gli obiettivi fissati dall’Unione Europea per il 2025 (50%) e autorizzando all’ottimismo riguardo a quelli per il 2030 (55%). Quindi il nostro Paese sta andando nella direzione giusta, come sottolineato dal Presidente di CONAI. Poi però bisogna «mettere sul piatto» alcuni dati di fatto: innanzitutto non tutta la plastica è riciclabile – come qualunque cittadino consapevole sa –, quindi una parte dei rifiuti plastici comunque finisce, già in fase di raccolta, nell’indifferenziato e viene bruciata o nei termovalorizzatori o negli inceneritori. Inoltre anche la plastica teoricamente riciclabile, affinché lo sia effettivamente, deve essere selezionata in base ai polimeri da cui è costituita (bisogna cioè tendere all’omogeneità della sostanza) perché altrimenti nella macinazione successiva si crea il cosiddetto plasmix, un materiale misto che è difficile da riutilizzare e viene quindi scartato: in alcuni casi la selezione è facile, in altri casi molto più difficile. Né la situazione diventa più semplice dopo la selezione perché spesso gli imballaggi sono «sporchi», in quanto contaminati dal cibo che contenevano o da sostanze che nulla c’entrano con la plastica (pensiamo per esempio alla carta delle etichette): si richiede perciò un lavaggio meccanico, anche ripetuto, il che complica e rallenta il processo senza contare che talvolta questa pulizia non è perfetta e quindi non consente il riciclo.

Operatore al lavoro.
Operatore al lavoro.

Ma supponiamo che tutti questi step siano stati superati con successo e che quindi si abbia a disposizione la plastica riciclata: come utilizzarla? Già, perché questo materiale non è esattamente uguale a quello vergine, è meno pregiato o dal punto di vista estetico o da quello funzionale e questo può essere un problema per la destinazione commerciale. In buona sostanza viene utilizzato per oggetti meno «nobili» che tra l’altro nella stragrande maggioranza dei casi non potranno essere nuovamente riciclati o lo saranno non più di un paio di volte perché la plastica non è riciclabile all’infinito. Infine è anche più costoso, e perciò meno conveniente, proprio per la complessità dei processi a cui è stato sottoposto e, afferma Miriam, talvolta poco sostenibile: «Ho vissuto in prima persona questo problema con i biopolimeri. Nella loro lavorazione si impiegano dei processi di termoregolazione e delle linee aggiuntive che devono orientare le catene molecolari in un certo modo con un dispendio di energia che è altissimo».

E quindi? Il riciclo della plastica sarebbe solo un’ennesima bufala sul fronte dell’ambientalismo? La risposta corretta può essere quella che dà Miriam quando afferma che «sul riciclo ci deve essere un’analisi che coinvolge tutta la catena. Certo si sono fatti dei passi avanti e anche il cittadino comune ha ormai ha compreso che a partire da una settantina di bottiglie per l’acqua possiamo ricavare un piumino a due piazze e che con una cinquantina di bidoni e un migliaio di sacchetti possiamo arrivare a realizzare una cabina da spiaggia, ma a livello industriale restano i problemi della qualità del controllo e della carenza del materiale riciclato da utilizzare». E poi, aggiungerei io, l’industria dovrebbe porsi in maniera più approfondita il problema del post consumo degli oggetti in modo da rendere sempre più semplice e profittevole il riciclo.

Linea di estrusione.
Linea di estrusione.

Sul futuro della plastica Miriam esprime un punto di vista che richiama tutti al concetto di consapevolezza: la plastica deve riprendersi la sua importanza e il suo spazio affiancandosi però a un maggior senso di responsabilità, «Nel momento in cui abbiamo compreso i punti sensibili della nostra Madre Terra, adesso che sappiamo riconoscere dove siamo stati troppo aggressivi e l’impatto delle fatiche relazionali tra uomo e natura, ecco, adesso possiamo cercare un compromesso che sia ideale anche per l’innovazione futura. In altre parole, dobbiamo riconoscere l’impatto e sapere come gestirlo».

Produzione di granulo plastico.
Produzione di granulo plastico.

A questo punto non mi resta che raccontare la fine della storia di Brownie Wise. E non è un happy end. Dopo essere stata l’artefice del successo di Tupperware, dopo anni in cui era stata invitata ovunque a tenere conferenze, dopo essere stata «il volto pubblico» dell’azienda ed essere comparsa, prima donna dalla fondazione della rivista, sulla copertina di Business Week, improvvisamente cadde in disgrazia. Gelosia da parte di Earl Tupper per quella donna che lo oscurava con la sua fama? Possibile, ma poco probabile visto che notoriamente Tupper non amava «apparire». La spiegazione più convincente, racconta lo scrittore statunitense Bob Kealing, autore di una corposa biografia della Wise, è che Tupper, nell’America maschilista della fine degli anni Cinquanta, quando cominciò a pensare di cedere l’azienda, avesse la sensazione che la presenza di una donna al timone delle vendite potesse essere un freno, qualcosa che avrebbe reso l’azienda meno attraente. Nel gennaio 1958 Brownie Wise venne licenziata, cosa tanto più facile in quanto tra lei e la Tupperware non era mai stato stipulato un contratto formale. Ne seguì una causa legale che si concluse con il misero risarcimento di 30.000 dollari alla Wise che fu perfino costretta ad abbandonare la casa dove abitava in quanto di proprietà dell’azienda mentre Tupper arrivava a cancellare il nome di Brownie dalla storia ufficiale di Tupperware e a far distruggere le copie dell’autobiografia che lei aveva scritto l’anno precedente. Nel 1959 Earl Tupper avrebbe venduto l’azienda per 1,6 milioni di dollari a Rexall. Brownie avrebbe intrapreso altri business ma senza successo per morire, pressoché dimenticata da quel mondo di cui era stata regina, nel 1992.

Workout Magazine – Studio Chiesa communication

Post correlati

Le grandi storie dell’heritage: Workout magazine incontra Massimiliano Cacciavillani, CEO di Lovato Electric S.p.A.
Che poi significa, in parole povere, che «è quando le cose vanno bene che devi costruire un’impresa in grado di resistere nei momenti difficili.

 - 5 Marzo 2025

Quarant’anni di storia, di visione e di passione per la comunicazione d’impresa. Abbiamo voluto celebrare questo traguardo con un momento che fosse non solo una festa, ma anche una dichiarazione del nostro modo di intendere il lavoro, la cultura e le relazioni.

 - 13 Febbraio 2025

Business di famiglia: Workout magazine incontra Fabrizio Pavan, CEO di Cuneo Inox Srl
Ve la ricordate? È stato un tormentone degli anni Ottanta, cantato dalle Sister Sledge, quattro scatenate sorelle che con questa canzone gridavano al mondo la forza e l’importanza di essere famiglia.

 - 12 Febbraio 2025

It seems we can't find what you're looking for.

Post correlati

Le grandi storie dell’heritage: Workout magazine incontra Massimiliano Cacciavillani, CEO di Lovato Electric S.p.A.
Che poi significa, in parole povere, che «è quando le cose vanno bene che devi costruire un’impresa in grado di resistere nei momenti difficili.

 - 5 Marzo 2025

Business di famiglia: Workout magazine incontra Fabrizio Pavan, CEO di Cuneo Inox Srl
Ve la ricordate? È stato un tormentone degli anni Ottanta, cantato dalle Sister Sledge, quattro scatenate sorelle che con questa canzone gridavano al mondo la forza e l’importanza di essere famiglia.

 - 12 Febbraio 2025

Heritage al femminile: Workout magazine incontra Camilla Buttà, Communication & Sustainability Manager di Vector S.p.A.
Di primo acchito associare un’impresa di trasporti internazionali a un concetto di sostenibilità pare una faccenda ingarbugliata.

 - 28 Gennaio 2025

It seems we can't find what you're looking for.

Hai già letto la nostra newsletter?

Ogni mese proponiamo contenuti sempre aggiornati su branding, digital marketing, sostenibilità e cultura di impresa. Workout Magazine è molto più di una newsletter: è uno strumento per allenare la mente, arricchire il pensiero e dare forma a nuovi talenti.

"*" indica i campi obbligatori

Nome